Nebbia intrisa di luce

Ci sono due tipi di nebbia. C’è la nebbia che obnubila la vista e rende la realtà circostante inafferrabile, c’è poi la nebbia intrisa di luce per indurre alla meditazione, alla solitudine, all’introspezione, come accadeva agli eremiti o come accade a quanti sono seguaci fedeli del pensiero zen.

Mi pare che l’intero corpus pittorico di Luciano Berruti, eccellente artista operante nell’ambito della figurazione paesaggistica, obbedisca a questa seconda catalogazione. Le sue splendide e raffinate visioni naturalistiche sono come ovattate di sovrani silenzi, direi proprio da una patina di luminosa nebbia, per cui il dato veristico che sappiamo essere assai nocivo per l’arte, risuta del tutto superato.

In tal modo, anziché fermarsi all’aspetto fenomenico, egli approda all’essenza del reale trasfigurato quasi e reso in modo stilnovistico. Ogni sua opera è un’apparizione misteriosa e silente, dotata di fascino e raffinata indeterminatezza, evocante quell’atmosfera purgatoriale dantesca per la quale personaggi e ambienti godono di una levità ascensionale mirata al regno della luce sovrana. L’eccellenza dei dipinti di Berruti? Sta nella grande capacità di rendere agravitazionali gli scorci paesaggistici proposti che riescono ad infondere quella letizia francescana che si riscontra nel “Cantico di frate sole”. Parlavo all’inizio di nebbia, una delle realtà fisiche insieme alla luce più impalpabili. Ebbene nel suo caso ci troviamo agli antipodi del materismo informale che poteva registrare persino una lettura tattile dell’opera. In lui tutto è evanescente e spiritualizzato e non sono tollerate le pur minime sedimentazioni pulviscolari.

Leo Strozzieri